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4. A proposito di Roberto Saviano [F. Ch.]

Nessuno si offenda, ma personalmente, non amo Roberto Saviano. Non amo il personaggio Roberto Saviano. Non amo lo scrittore Roberto Saviano. Non amo il suo libro, il modo in cui è scritto, non amo il suo modo di essere autocelebrativo. Ma in queste ultime settimane, lo ammetto senza riserve, ho maturato una grande stima di lui. Non semplicemente perché si è esposto, a costo di rendersi, e rendere ai suoi cari, la vita un inferno, non semplicemente perché ha denunciato un sistema corrotto in cui ci siamo abituati a vivere senza mai alzare la testa, non semplicemente perché ha deciso di intraprendere una lotta contro i mulini a vento da solo, nella consapevolezza, immagino, che da solo sarebbe rimasto.
Non amo Roberto Saviano perché la sua faccia, il suo libro, i suoi discorsi sono ovunque, mi perseguita quotidianamente, eppure, lo rispetto, perché ha capito che è solo così, con i milioni di copie vendute, con la sua testimonianza che rimbalza ovunque, che si trasmette da persona a persona, che questo impero del male si può mettere davvero in difficoltà.
Rispetto Roberto Saviano, perché è una persona intelligente, e ha capito che l’unica vera forma di denuncia possibile, per un potere così grande, così radicato, così invincibile, è quello della parola, e di una parola che sia forte e diffusa; e ci ha messo la faccia e il corpo, per portare avanti questa parola, per restituire alla parola il peso che l’immagine le ha sottratto dal momento in cui in tutte le case si sono riempite di apparecchi televisivi.
Non amo Saviano, quando si proclama scrittore, perché in quanto scrittore, lo ritengo, e questa è pesante, non particolarmente riuscito; e tuttavia, pur dalla sua bassa statura tra gli scrittori, si rivela intellettuale straordinario, nel momento in cui si dimostra uno dei pochi ancora capace, nel nostro paese, di tale fiducia totale nel potere della parola, e l’unico capace di riattizzare il fuoco dell’intellettuale che ha qualcosa da dire, l’unico che ha rispolverato uno statuto di utilità della letteratura a cui ormai pochi realmente credono. L’unico che crede che la letteratura, la scrittura, la parola possano ancora avere un peso nella nostra realtà, al punto da metterci la sua faccia e il suo corpo.
Ed è qui che Saviano diventa importantissimo, fondamentale, indispensabile per la letteratura, per la sua salute in Italia, per la possibilità che questa possa riacquistare il suo status privilegiato che da anni ha ormai perso: perché ha riportato la massa nelle librerie, ha restituito alla gente la fiducia nel libro, ha ricostruito un sano gusto per la letteratura come impegno. E non c’è niente di male, da questo punto vista, se tra i dieci bestseller che troneggiano nel reparto libri dei centri commerciali, nelle prime posizioni troneggia, da due anni a questa parte, quella copertina fucsia e nera, in mezzo al bestseller thriller dell’anno, al romanzo rosa per le casalinghe represse, all’ultimo tomo della nuova interminabile saga fantasy per ragazzini carenti di fantasia.
Ed è qui che Saviano diventa importantissimo, fondamentale, indispensabile anche per la società: perché avendo riportato tale massa all’impegno, ha interpretato un’esigenza diffusa, dato fuoco ad una miccia che era lì lì che aspettava, accendendo una fiaccola che ha rischiarato il buio e convinto le persone ad accenderne altre, innescando un circolo virtuoso di iniziative finalizzate alla riscoperta e alla diffusione del valore della legalità, che ha coinvolto anche i poteri pubblici locali, che ha innescato un fiorire di associazioni comprendenti persone di tutte le età, che ha sensibilizzato la popolazione nazionale su un problema di cui tutti erano a conoscenza, ma che nessuno, a partire dagli stessi napoletani, aveva considerato realmente un problema.
Prendendo in prestito parole pronunciate proprio da Saviano, qualche sera fa, non mi sento di essere tra i suoi nemici, né tantomeno di essere una persona che parla per invidia, o per partito preso; il mio è uno scetticismo più che altro letterario. Per cui, non vogliatemene, ma continuerò a non amare Roberto Saviano. E tuttavia, a credere che sia un personaggio veramente importante: per la nostra società, per la letteratura, per la letteratura nella nostra società.


A proposito di Roberto Saviano - 2 (in risposta a Roberto Sommella)

Robbè! Ho finalmente scritto la mia nota su Saviano, che in realtà affronta la questione da un altro punto di vista. Per quanto invece riguarda la sincerità dell’operazione di Saviano, la mia opinione è molto simile alla tua.
A sentire molti addetti ai lavori, o semplici conoscenti, Saviano è un arrivista pezzo di merda, che non si sa comportare, che prende tutto che vuole senza ringraziare nessuno, che non si fa scrupoli di nessun tipo per ottenere quello di cui ha bisogno. Cose che possono essere vere o meno, dal mio punto di vista, innanzitutto, perché Saviano non l’ho mai incontrato, e quindi non posso contestare né la sua versione, né quella degli altri: è proprio di ogni grande fenomeno mediatico, che si crei il mito, e subito dopo l’antimito, e quale sia la realtà dei fatti, difficilmente ci sarà dato sapere.
Credo sia evidente, tuttavia, da diversi passaggi del libro, nonché dagli scritti successivi, dalle rare uscite in pubblico, che Saviano abbia sempre avuto la consapevolezza di avere per le mani un argomento che poteva consacrarlo al successo, ed è evidente che il successo di Saviano sia perseguito, sia cercato, che emerga dietro le pagine fitte di fatti, denunce, rivelazioni, pagine che molto spesso si aprono su momenti autobiografici che ho trovato piuttosto gratuiti, e che mi hanno restituito l’idea, appunto, di voler prestare attenzione anche a chi il libro lo scrive, l’intenzione di costruire, insomma, un personaggio Saviano.
Ma che Saviano abbia voluto o meno strumentalizzare tale materiale per la scalata al successo, inconsapevole delle conseguenze, è una cosa che mi interessa fino ad un certo punto. In un modo o in un altro, quello che conta è quello che ne abbiamo guadagnato: il risultato, il progetto. Può anche non riscuotere le mie simpatie, soggettivamente, ma il libro è diventato importante per noi e per la nostra società, ed è quello che va considerato, al di là dell’autore: che si prenda la sua fetta di fama, che si crogioli nella sua gloria, se vuole. Mi spiace, anzi, se davvero abbia sottovalutato le conseguenze del suo gesto, che conduca questa vita di merda. Ma il risultato, al di là anche del prodotto in sè, se vogliamo considerare il discorso che ne ho fatto in altra sede, è un'operazione assolutamente unica, e che ha provocato una reazione straordinariamente imprevedibile. E di ciò, non possiamo che dargliene il merito. Insomma, utilizzando un'espressione un po' abusata, potremmo anche dire, anche in questo caso, che il fine giustifica i mezzi... no?

Commenti

Anonimo ha detto…
molto intiresno, grazie

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