come da prassi, anzi peggio del solito, questo post parte da molto molto prima che io toccassi suolo laziale. più ancora di quanto non sia accaduto precedentemente. tanto che avrei voluto farne l'ultima cronaca, la summa di tutto questo lungo attimo, il punto d'arrivo che diventa nuovo punto di partenza. eppure sarebbe stato stupido. non è ancora momento. e quindi partirò da un frammento a caso del tempo che vado a ricordare.
per esempio potrei partire da qui.
mentre ero in treno, in arrivo alla stazione di Roma Termini, affacciandomi al finestrino, oltre una sopraelevata in lontananza, un albero si stagliava sul cielo del colore del tramonto. quel tipico azzurro che sa quasi di grigio, mentre da sotto, dalla strada, i lampioni illuminavano d'arancio le fronde basse che i rami porgevano alla carreggiata. quel misto di azzurro scuro e arancio elettrico l'avevo riconosciuto. era lo stesso identico contrasto assaporato negli ultimi giorni a Napoli, quando mi ero stupito nel ritrovarmi a respirare la città, camminando di notte, quasi fosse di nuovo romantica e mansueta.
camminando per le strade di Napoli, ogni scorcio, ogni incrocio vuoto illuminato dalle luci arancio, sul fondo blu del cielo, mi portava ad altre città, conosciute e sconosciute. spesso agli angoli delle strade, o lungo un muretto, o sotto l'insegna di un pub o una trattoria, ho scorto tra le rughe di Napoli una traccia di Parigi. so bene che è colpa di ciò che abbiamo dentro, so bene di essere io la causa di questo sentire, ma ci avrà messo un poco lo zampino anche la città stessa.
forse uno dei motivi che ha portato i miei occhi a vedere la città trasformata da quell'arancio e da quel blu, era la sensazione dell'imminente abbandono. eppure chi mi avrebbe potuto assicurare che questo abbandono ci sarebbe stato, o ci sarà? allora forse di più ha avuto effetto la sensazione di un lungo sentire di sogno, che continua a non volersi spezzare. che poi, a volerci pensare, sedendo e rammentando giorno per giorno, è semplicemente la normale vita quotidiana che scorre. ma il segreto sta nella percezione. e la percezione, in questo istante, è che guardandomi indietro, fino a un certo punto, per non correre troppo a ritroso, il filo mi sembra intatto, mai spezzato.
mi basterebbe partire da un matrimonio tamil, nel cuore di Napoli. tra frutta, riti induisti, corone di fiori, incensi, unguenti, tappeti, cibi piccanti accompagnati da whiskey. una notte che galleggia nel ricordo come un sogno intatto, con un amico disteso tra le braccia di Morfeo, svegliato e svestito tra le risa, una madre comprensiva coi suoi amici forse un po' allibiti dall'allegra combriccola, e una notte fatta di due corpi e due anime fusi in uno nell'amore e nel sonno. ma all'amore del matrimonio indiano fa da contraltare la morte, sua compagna inseparabile, che si presenta nella punta di un ago, portandosi via l'anima giovane di un nipote amato. e i giorni che seguono sanno di alienazione, nell'autunno presentatosi così all'improvviso, con il suo vento e il suo fresco serale, con i tavolini vuoti e le sigarette alla luce dei lampioni.
e improvvisa come l'autunno è la mia partenza e neanche me ne accorgo - dormo dinanzi ai miei compagni di scompartimento, tra discorsi da ultrà, il mio assopimento e la loro fuga veloce per una canna, mentre il più giovane corteggia tutte le donne del treno e protegge il nostro spazio da qualunque "maschio" provi a entrare - e sono a Milano, con in mano una mozzarella, un piccolo bagaglio e i piedi che non riescono a fermarsi. mi portano, camminano. da una piazza vivace che sa di vino e cinema a un non-luogo con un divano e uno stereo, da un ristorante dal sapore d'Oriente a un non-luogo fatto di muri verdi e camici bianchi, da una casa di gitani carichi di vino, fisarmoniche e violini a un treno lento.
al mio arrivo il bagaglio finisce in un portabagagli e io sono a un tavolino a sorseggiare aperitivi, quando ci raggiunge l'amico (quello assopito sul pavimento una settimana prima) venuto dalla Cina e finalmente ci racconta la sua ultima fatica cinematogafica. al ritorno a casa, infine, lo stordimento continua, alimentato da una rivoluzione operata dalla vera padrona della mia stanza, mia madre. riesco ad addormentarmi solo verso le tre e mezzo. e alle quattro e mezzo la sveglia suona.
dovrei essere sul set per le sei, ma solo un miracolo fa sì che io mi svegli alle 5.55. una corsa nel gelo dell'alba e comincia il mio fantastico viaggio (come un dejavu, giriamo questo cortometraggio per la seconda volta) nel mondo di L. C., che più di ogni altro mi ha dato finora, per la mia crescita in questo campo. passano allucinati anche questi quattro giorni, mentre mi comunicano che il test per il quale avevo raggiunto il suolo partenopeo non ha avuto esito positivo.
ok. si avvicina il momento.
il momento in cui non ci sarà pìù niente che mi spinga.
il momento in cui potrei rischiare di restare immobile sulla piatta superficie del mare, in assenza di vento. e invece io ho bisogno di chiudermi tra le strette sponde di un fiume e continuare a lasciarmi trascinare dalla corrente.
proprio dopo il corto, mi coglie la febbre. e proprio durante i giorni del corto, perdo forse per sempre la perla più preziosa che abbia mai provato a custodire tra le mani. e a nulla servirà il suo rifulgere, sembra avere vita propria e tentare volontariamente di scivolarmi tra le mani per andare a gettarsi ancora tra i flutti, in cerca di una nuova ostrica.
l'influenza mi blocca, e blocca anche gli istinti che potrebbero tenere accese le mie passioni. la gente si batte, si scontra. e io non ci sono, gettato sotto le coperte.
è evidente che ho bisogno di fare qualcosa.
mentre guardo un film di Takahata, mi colpisce una sua frase. "Chi non vuol svegliarsi, non realizzerà mai il suo sogno". eppure mi viene da pensare... ma in fondo chi vuol davvero realizzare il proprio sogno? i sogni non sono forse lì per essere inseguiti per sempre, come un ideale irraggiungibile che fornisca carburante inesauribile per le nostre azioni? non è forse vero che il nostro più grande desiderio, quando ci svegliamo dopo un sogno splendido, è di riaddormentarci subito per poterlo cogliere al volo prima che fugga? o meglio il nostro desiderio sarebbe non svegliarci mai, tenere afferrata anche per il dito mignolo la mano di Morfeo perché continui a guidarci, mentre lui prova ad allontanarsi da noi, con la sabbia dei nostri sogni che gli scivola via tra le dita dell'altra mano, quasi ci stesse dicendo che neanche a lui è dato fermare troppo a lungo quei granelli richiamati alla terra e al vuoto. perché realizzare i propri sogni, per poi non saper che farsene e necessariamente mettersi alla ricerca di nuovi che guidino le notre azioni?
comunque dei panni e degli oggetti (utili e non) sono finiti dentro strani bagagli, senza sapere se sarei mai partito. poi alla fine in un treno ci sono entrato, dopo lunghe, lunghissime indecisioni. e ci sono entrato per farci non più di 300 km. eppure, la forza dell'autoconvinzione me li fa sentire come migliaia. si può fare Napoli-Parigi in un paio d'ore, e io ho fatto Napoli-Roma in due ore e quaranta. questo dà una mezza idea di come ci si possa ingannare. e il fatto che in pochi giorni - tre per la precisione - potrei già accumulare parole su parole, porta con sé la forza che si nasconde dietro le possibilità dell'autoconvinzione.
una colazione e un mattino da vita bohèmienne romana, un pranzo al quartiere ebraico, una Capitale vista con occhi nuovi, ignorando i turisti e immaginando di ricostruire dalle fondamenta le rovine per poter vedere i Latini camminare tra quelle colonne, una mostra in cui incrocio il nome di Emma Dante, una corsa in bici sul Lungotevere deserto, un aperitivo sotto la pioggia, una cena con la più adorata delle cugine e la sua fantastica metà, una scappata in una casa sconosciuta, le riprese di una manifestazione sotto la pioggia, un incontro gradito, seguito da un invito a teatro per (ri)vedere uno spettacolo che, sebbene visto per la seconda volta, mi ha dato nuovamente brividi e sorrisi - e la dolorosa impotenza di non poterlo condividere con chi avrei voluto, un'impotenza che porta con sé quasi un'ombra di dolore - e a seguire una birra con tutti e due, E. e Ca., per poi raggiungere Ci. e scontrarmi con un'allegra combriccola per giungere in un vicolo, e nel vicolo parlare con l'uomo che mi offre una pizzetta mentre il suo collega mi scalda un trancio di focaccia, e di fronte nello stesso vicolo c'è un pub, dove P., il proprietario - che di regola aspetta fino all'ultimo cliente prima di chiudere, fossero anche le otto di mattina - mi dicono essere il primo esempio di barman-deejay, poiché con la sua immensa discografia si diverte ogni sera a mixare una playlist diversa, secondo gli umori dell'aria e degli avventori, senza mai sgarrare tra un pezzo e l'altro, nella buia luce rossa che si riflette sui pochi tavolini e sulle riproduzioni di cantautori rock americani e di targhe made in USA appese alle pareti, e nello stordimento si smarrisce anche la coppola siciliana a me tanto cara, ed è come perdere, oltre alle parole e al corpo, un altro pezzo di L., e non so se è più la rabbia per questo smarrimento o lo stupore comico quando leggo, dopo essermi rifocillato (ore 4 del mattino) con pane e mortadella, che mia cugina aveva conservato per me parte della cena etnica preparata di suo, e io dovendo onorare mi ci tuffo, sebbene non riesca a finirla, e poi resta la mancata visita alle fontane che sgorgano vino a Marino, sostituite dal brindisi e dalla cena insieme alla bella compagnia della Sud Costa Occidentale...
e insomma, anche volendo fare di questa l'ultima cronaca - e molto probabilmente non lo sarà - per ora, sono a Roma.
per esempio potrei partire da qui.
mentre ero in treno, in arrivo alla stazione di Roma Termini, affacciandomi al finestrino, oltre una sopraelevata in lontananza, un albero si stagliava sul cielo del colore del tramonto. quel tipico azzurro che sa quasi di grigio, mentre da sotto, dalla strada, i lampioni illuminavano d'arancio le fronde basse che i rami porgevano alla carreggiata. quel misto di azzurro scuro e arancio elettrico l'avevo riconosciuto. era lo stesso identico contrasto assaporato negli ultimi giorni a Napoli, quando mi ero stupito nel ritrovarmi a respirare la città, camminando di notte, quasi fosse di nuovo romantica e mansueta.
camminando per le strade di Napoli, ogni scorcio, ogni incrocio vuoto illuminato dalle luci arancio, sul fondo blu del cielo, mi portava ad altre città, conosciute e sconosciute. spesso agli angoli delle strade, o lungo un muretto, o sotto l'insegna di un pub o una trattoria, ho scorto tra le rughe di Napoli una traccia di Parigi. so bene che è colpa di ciò che abbiamo dentro, so bene di essere io la causa di questo sentire, ma ci avrà messo un poco lo zampino anche la città stessa.
forse uno dei motivi che ha portato i miei occhi a vedere la città trasformata da quell'arancio e da quel blu, era la sensazione dell'imminente abbandono. eppure chi mi avrebbe potuto assicurare che questo abbandono ci sarebbe stato, o ci sarà? allora forse di più ha avuto effetto la sensazione di un lungo sentire di sogno, che continua a non volersi spezzare. che poi, a volerci pensare, sedendo e rammentando giorno per giorno, è semplicemente la normale vita quotidiana che scorre. ma il segreto sta nella percezione. e la percezione, in questo istante, è che guardandomi indietro, fino a un certo punto, per non correre troppo a ritroso, il filo mi sembra intatto, mai spezzato.
mi basterebbe partire da un matrimonio tamil, nel cuore di Napoli. tra frutta, riti induisti, corone di fiori, incensi, unguenti, tappeti, cibi piccanti accompagnati da whiskey. una notte che galleggia nel ricordo come un sogno intatto, con un amico disteso tra le braccia di Morfeo, svegliato e svestito tra le risa, una madre comprensiva coi suoi amici forse un po' allibiti dall'allegra combriccola, e una notte fatta di due corpi e due anime fusi in uno nell'amore e nel sonno. ma all'amore del matrimonio indiano fa da contraltare la morte, sua compagna inseparabile, che si presenta nella punta di un ago, portandosi via l'anima giovane di un nipote amato. e i giorni che seguono sanno di alienazione, nell'autunno presentatosi così all'improvviso, con il suo vento e il suo fresco serale, con i tavolini vuoti e le sigarette alla luce dei lampioni.
e improvvisa come l'autunno è la mia partenza e neanche me ne accorgo - dormo dinanzi ai miei compagni di scompartimento, tra discorsi da ultrà, il mio assopimento e la loro fuga veloce per una canna, mentre il più giovane corteggia tutte le donne del treno e protegge il nostro spazio da qualunque "maschio" provi a entrare - e sono a Milano, con in mano una mozzarella, un piccolo bagaglio e i piedi che non riescono a fermarsi. mi portano, camminano. da una piazza vivace che sa di vino e cinema a un non-luogo con un divano e uno stereo, da un ristorante dal sapore d'Oriente a un non-luogo fatto di muri verdi e camici bianchi, da una casa di gitani carichi di vino, fisarmoniche e violini a un treno lento.
al mio arrivo il bagaglio finisce in un portabagagli e io sono a un tavolino a sorseggiare aperitivi, quando ci raggiunge l'amico (quello assopito sul pavimento una settimana prima) venuto dalla Cina e finalmente ci racconta la sua ultima fatica cinematogafica. al ritorno a casa, infine, lo stordimento continua, alimentato da una rivoluzione operata dalla vera padrona della mia stanza, mia madre. riesco ad addormentarmi solo verso le tre e mezzo. e alle quattro e mezzo la sveglia suona.
dovrei essere sul set per le sei, ma solo un miracolo fa sì che io mi svegli alle 5.55. una corsa nel gelo dell'alba e comincia il mio fantastico viaggio (come un dejavu, giriamo questo cortometraggio per la seconda volta) nel mondo di L. C., che più di ogni altro mi ha dato finora, per la mia crescita in questo campo. passano allucinati anche questi quattro giorni, mentre mi comunicano che il test per il quale avevo raggiunto il suolo partenopeo non ha avuto esito positivo.
ok. si avvicina il momento.
il momento in cui non ci sarà pìù niente che mi spinga.
il momento in cui potrei rischiare di restare immobile sulla piatta superficie del mare, in assenza di vento. e invece io ho bisogno di chiudermi tra le strette sponde di un fiume e continuare a lasciarmi trascinare dalla corrente.
proprio dopo il corto, mi coglie la febbre. e proprio durante i giorni del corto, perdo forse per sempre la perla più preziosa che abbia mai provato a custodire tra le mani. e a nulla servirà il suo rifulgere, sembra avere vita propria e tentare volontariamente di scivolarmi tra le mani per andare a gettarsi ancora tra i flutti, in cerca di una nuova ostrica.
l'influenza mi blocca, e blocca anche gli istinti che potrebbero tenere accese le mie passioni. la gente si batte, si scontra. e io non ci sono, gettato sotto le coperte.
è evidente che ho bisogno di fare qualcosa.
mentre guardo un film di Takahata, mi colpisce una sua frase. "Chi non vuol svegliarsi, non realizzerà mai il suo sogno". eppure mi viene da pensare... ma in fondo chi vuol davvero realizzare il proprio sogno? i sogni non sono forse lì per essere inseguiti per sempre, come un ideale irraggiungibile che fornisca carburante inesauribile per le nostre azioni? non è forse vero che il nostro più grande desiderio, quando ci svegliamo dopo un sogno splendido, è di riaddormentarci subito per poterlo cogliere al volo prima che fugga? o meglio il nostro desiderio sarebbe non svegliarci mai, tenere afferrata anche per il dito mignolo la mano di Morfeo perché continui a guidarci, mentre lui prova ad allontanarsi da noi, con la sabbia dei nostri sogni che gli scivola via tra le dita dell'altra mano, quasi ci stesse dicendo che neanche a lui è dato fermare troppo a lungo quei granelli richiamati alla terra e al vuoto. perché realizzare i propri sogni, per poi non saper che farsene e necessariamente mettersi alla ricerca di nuovi che guidino le notre azioni?
comunque dei panni e degli oggetti (utili e non) sono finiti dentro strani bagagli, senza sapere se sarei mai partito. poi alla fine in un treno ci sono entrato, dopo lunghe, lunghissime indecisioni. e ci sono entrato per farci non più di 300 km. eppure, la forza dell'autoconvinzione me li fa sentire come migliaia. si può fare Napoli-Parigi in un paio d'ore, e io ho fatto Napoli-Roma in due ore e quaranta. questo dà una mezza idea di come ci si possa ingannare. e il fatto che in pochi giorni - tre per la precisione - potrei già accumulare parole su parole, porta con sé la forza che si nasconde dietro le possibilità dell'autoconvinzione.
una colazione e un mattino da vita bohèmienne romana, un pranzo al quartiere ebraico, una Capitale vista con occhi nuovi, ignorando i turisti e immaginando di ricostruire dalle fondamenta le rovine per poter vedere i Latini camminare tra quelle colonne, una mostra in cui incrocio il nome di Emma Dante, una corsa in bici sul Lungotevere deserto, un aperitivo sotto la pioggia, una cena con la più adorata delle cugine e la sua fantastica metà, una scappata in una casa sconosciuta, le riprese di una manifestazione sotto la pioggia, un incontro gradito, seguito da un invito a teatro per (ri)vedere uno spettacolo che, sebbene visto per la seconda volta, mi ha dato nuovamente brividi e sorrisi - e la dolorosa impotenza di non poterlo condividere con chi avrei voluto, un'impotenza che porta con sé quasi un'ombra di dolore - e a seguire una birra con tutti e due, E. e Ca., per poi raggiungere Ci. e scontrarmi con un'allegra combriccola per giungere in un vicolo, e nel vicolo parlare con l'uomo che mi offre una pizzetta mentre il suo collega mi scalda un trancio di focaccia, e di fronte nello stesso vicolo c'è un pub, dove P., il proprietario - che di regola aspetta fino all'ultimo cliente prima di chiudere, fossero anche le otto di mattina - mi dicono essere il primo esempio di barman-deejay, poiché con la sua immensa discografia si diverte ogni sera a mixare una playlist diversa, secondo gli umori dell'aria e degli avventori, senza mai sgarrare tra un pezzo e l'altro, nella buia luce rossa che si riflette sui pochi tavolini e sulle riproduzioni di cantautori rock americani e di targhe made in USA appese alle pareti, e nello stordimento si smarrisce anche la coppola siciliana a me tanto cara, ed è come perdere, oltre alle parole e al corpo, un altro pezzo di L., e non so se è più la rabbia per questo smarrimento o lo stupore comico quando leggo, dopo essermi rifocillato (ore 4 del mattino) con pane e mortadella, che mia cugina aveva conservato per me parte della cena etnica preparata di suo, e io dovendo onorare mi ci tuffo, sebbene non riesca a finirla, e poi resta la mancata visita alle fontane che sgorgano vino a Marino, sostituite dal brindisi e dalla cena insieme alla bella compagnia della Sud Costa Occidentale...
e insomma, anche volendo fare di questa l'ultima cronaca - e molto probabilmente non lo sarà - per ora, sono a Roma.
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