si può benissimo fumare fuori. alcuni sostengono che fa troppo caldo, ma in fondo non fa poi così tanto caldo. e fumare all'aria aperta resta impagabile, rispetto al chiuso di quattro mura. comunque ci sono due salette fumatori nel palazzo. quella al terzo piano, mi dicono, è proprio piccola, ma quella al pianterreno invece è accettabile, l'aria più respirabile. insomma non male. più uno sfizio da togliermi che altro, in fin dei conti. è che sono a fine giornata, molte persone sono già andate via e io potrei persino risparmiarmi una dose extra di catrame decisamente superflua. ma l'istinto, a braccetto con la curiosità, ti portano a volte verso il "lascia che sia", e non essendoci molto altro - eccetto aspettare che passino quei venti minuti che mi separano dalla fine della giornata in ufficio - per far sì che la mente si perda un po', prendo l'ascensore e vado a naso per i corridoi del piano zero.
ci sono tre o quattro persone intente in stanche futili chiacchiere davanti due distributori di bevande. un'altra persona è poco discosta dal gruppetto, sorseggia un caffè, credo abbia addosso una sorta di divisa. forse un guardiano. gli chiedo della sala fumatori e lui dapprima accenna un tentativo di istruzioni per indicarmi la via. poi ci pensa su e dice: "Seguimi, ci vado anch'io". lo ringrazio e lo seguo per i corridoi bianchi con grandi porte di ferro rosse. strada facendo mi spiega che la prima volta lui si era perso per trovarla. in realtà il corridoio è uno solo e ruota tutto intorno al palazzo, per cui è un po' difficile perdersi, ma credo che intendesse dire che solo con difficoltà era riuscito a riconoscere o trovare la porta quando c'era tornato. in realtà mi rendo conto che anche questo è parzialmente improbabile. quando arriviamo alla porta della sala - alla fine di un percorso dove qua e là troneggia di tanto in tanto un cartellone o un manifesto che invita a smettere di fumare - trovo attaccato alla porta un piccolo cartello con su disegnati i solchi trasparenti di un orologio digitale; alcuni di questi solchi, ricalcati di pennarello bianco, formano un otto; sulla parte alta del cartello una scritta recita "Numero MAX persone". sebbene si tratti di una porta con maniglione antipanico rossa del tutto simile ad altre in quello stesso corridoio, tuttavia l'interessante monito per il mantenimento di una soglia decente di respirabilità dell'aria indubbiamente le conferisce una certa riconoscibilità.
entriamo e ci troviamo in una stanza quasi quadrata, di una trentina di metri quadri. sulla destra una vetrata che dà sulla vetrata di fronte, e per tre lati pareti bianche; tre bassi divanetti a due posti blu; un termosifone ai piedi della vetrata; quattro enormi posacenere, uno alla vetrata e uno davanti ogni divanetto; alcuni bassissimi tavolini quadrati di legno; nel centro della sala, un'enorme colonna di pietra con solchi ovali che corrono fino al soffitto. è un non-luogo.
mi siedo a un divanetto, per provare l'esperienza. la conversazione tra me e il guardiano si spegne quasi subito. nella stanza mi accorgo che c'è anche una donna sul divanetto affianco, immersa nel suo cellulare. non posso descriverla, perché a stento ho registrato la sua presenza con la coda dell'occhio. sono troppo affascinato da questo non-luogo.
fumare perde di senso. all'inizio spero che l'immobilità del tempo e l'alienazione mi porteranno a perdermi nei pensieri, in tutte le bellissime e stranissime stanze in cui mi sta trascinando la vita. che mi perderò a pensare a una donna, al futuro, al presente, a una storia, agli amici così vicini così lontani. e invece niente di tutto questo. non riesco a staccarmi dalla convinzione dell'inutilità di quella sigaretta che ho in mano. forse la saletta fumatori, opportunamente affolata di persone interessanti, può risultare socialmente un utilissimo luogo di scambio. ma in questa reclusione di fine giornata la sigaretta che ho in mano mi sembra così inutile. eppure sorrido, per la stranezza che mi mette addosso tutto questo. il guardiano sembra succhiare la sua sigaretta. quasi sentisse anche lui l'inutilità di quel breve tempo lì in piedi in un silenzio che è anche un peso. finire la sigaretta quanto prima risulta essere l'unica via per fuggire la prigione asettica. mentre il guardiano va via con un saluto fugace, intanto un'altra donna fa il suo ingresso e prende il suo posto silenziosa, dopo un invisibile cenno del capo alla donna del cellulare. io finisco la mia sigaretta, totalmente vuoto, se non fosse per l'estremo fascino che quello stesso vuoto genera in me: un vuoto che, sono convinto, è opera della saletta fumatori. spengo e mi alzo, accenno anch'io un saluto quasi impercettibile alle donne ed esco, senza aver trovato nulla. come in queste cronache, anche in quella solitudine volutamente cercata, nessuna delle assurde e splendide cose che mi stanno accadendo viene rivissuta, fermata, fissata. resta solo lo stupore di uno strano breve viaggio inaspettato in una normale giornata d'ufficio.
(ancora una volta, le mie parole arrivano in estremo ritardo, sempre più in ritardo. completo questo post che avevo cominciato quasi un mese fa solo ora, di nuovo a Napoli, con fiumi e fiumi oramai scorsi sotto i ponti. la vita sembra correre a velocità vertiginosa ed è troppo bella da vivere perché si possa avere il tempo di fermarsi e provare a cercare il tempo per le parole atte a descriverla. il presente è un qualcosa che proprio rifiuta di essere immortalato. nonostante questo io persevero, e sebbene sempre meno le mie parole abbiano il sapore di una cronaca, purtuttavia sempre cronache restano in questo assurdo mondo virtuale.)
ci sono tre o quattro persone intente in stanche futili chiacchiere davanti due distributori di bevande. un'altra persona è poco discosta dal gruppetto, sorseggia un caffè, credo abbia addosso una sorta di divisa. forse un guardiano. gli chiedo della sala fumatori e lui dapprima accenna un tentativo di istruzioni per indicarmi la via. poi ci pensa su e dice: "Seguimi, ci vado anch'io". lo ringrazio e lo seguo per i corridoi bianchi con grandi porte di ferro rosse. strada facendo mi spiega che la prima volta lui si era perso per trovarla. in realtà il corridoio è uno solo e ruota tutto intorno al palazzo, per cui è un po' difficile perdersi, ma credo che intendesse dire che solo con difficoltà era riuscito a riconoscere o trovare la porta quando c'era tornato. in realtà mi rendo conto che anche questo è parzialmente improbabile. quando arriviamo alla porta della sala - alla fine di un percorso dove qua e là troneggia di tanto in tanto un cartellone o un manifesto che invita a smettere di fumare - trovo attaccato alla porta un piccolo cartello con su disegnati i solchi trasparenti di un orologio digitale; alcuni di questi solchi, ricalcati di pennarello bianco, formano un otto; sulla parte alta del cartello una scritta recita "Numero MAX persone". sebbene si tratti di una porta con maniglione antipanico rossa del tutto simile ad altre in quello stesso corridoio, tuttavia l'interessante monito per il mantenimento di una soglia decente di respirabilità dell'aria indubbiamente le conferisce una certa riconoscibilità.
entriamo e ci troviamo in una stanza quasi quadrata, di una trentina di metri quadri. sulla destra una vetrata che dà sulla vetrata di fronte, e per tre lati pareti bianche; tre bassi divanetti a due posti blu; un termosifone ai piedi della vetrata; quattro enormi posacenere, uno alla vetrata e uno davanti ogni divanetto; alcuni bassissimi tavolini quadrati di legno; nel centro della sala, un'enorme colonna di pietra con solchi ovali che corrono fino al soffitto. è un non-luogo.
mi siedo a un divanetto, per provare l'esperienza. la conversazione tra me e il guardiano si spegne quasi subito. nella stanza mi accorgo che c'è anche una donna sul divanetto affianco, immersa nel suo cellulare. non posso descriverla, perché a stento ho registrato la sua presenza con la coda dell'occhio. sono troppo affascinato da questo non-luogo.
fumare perde di senso. all'inizio spero che l'immobilità del tempo e l'alienazione mi porteranno a perdermi nei pensieri, in tutte le bellissime e stranissime stanze in cui mi sta trascinando la vita. che mi perderò a pensare a una donna, al futuro, al presente, a una storia, agli amici così vicini così lontani. e invece niente di tutto questo. non riesco a staccarmi dalla convinzione dell'inutilità di quella sigaretta che ho in mano. forse la saletta fumatori, opportunamente affolata di persone interessanti, può risultare socialmente un utilissimo luogo di scambio. ma in questa reclusione di fine giornata la sigaretta che ho in mano mi sembra così inutile. eppure sorrido, per la stranezza che mi mette addosso tutto questo. il guardiano sembra succhiare la sua sigaretta. quasi sentisse anche lui l'inutilità di quel breve tempo lì in piedi in un silenzio che è anche un peso. finire la sigaretta quanto prima risulta essere l'unica via per fuggire la prigione asettica. mentre il guardiano va via con un saluto fugace, intanto un'altra donna fa il suo ingresso e prende il suo posto silenziosa, dopo un invisibile cenno del capo alla donna del cellulare. io finisco la mia sigaretta, totalmente vuoto, se non fosse per l'estremo fascino che quello stesso vuoto genera in me: un vuoto che, sono convinto, è opera della saletta fumatori. spengo e mi alzo, accenno anch'io un saluto quasi impercettibile alle donne ed esco, senza aver trovato nulla. come in queste cronache, anche in quella solitudine volutamente cercata, nessuna delle assurde e splendide cose che mi stanno accadendo viene rivissuta, fermata, fissata. resta solo lo stupore di uno strano breve viaggio inaspettato in una normale giornata d'ufficio.
(ancora una volta, le mie parole arrivano in estremo ritardo, sempre più in ritardo. completo questo post che avevo cominciato quasi un mese fa solo ora, di nuovo a Napoli, con fiumi e fiumi oramai scorsi sotto i ponti. la vita sembra correre a velocità vertiginosa ed è troppo bella da vivere perché si possa avere il tempo di fermarsi e provare a cercare il tempo per le parole atte a descriverla. il presente è un qualcosa che proprio rifiuta di essere immortalato. nonostante questo io persevero, e sebbene sempre meno le mie parole abbiano il sapore di una cronaca, purtuttavia sempre cronache restano in questo assurdo mondo virtuale.)
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