questa non è una vera e propria cronaca partenopea, è una sorta di passaggio.
questo post ho avuto voglia di scriverlo poche ore dopo la seconda cronaca lombarda. sarebbe stato bellissimo contraddirsi, dopo aver detto che quello era l'ultimo post lombardo scrivere fiumi di parole che mi sgorgavano dentro. aspettando, il post è diventato tutt'altro, e alla luce delle tante cose accadute, col senno di poi, ho evitato di mettere per iscritto mille illusioni che ora mi avrebbero fatto solamente male.
ero appena tornato da un concerto di musica indie, dove avevo capito tante cose, cose che anche mi appendevano un certo peso all'anima. ma nell'incapacità di sentirmi ancora parte di quel mondo di giovani appassionati sotto il palco, pure mi ero ritagliato il mio momento di magia solitaria, condiviso con L. via sms, come sempre, nella convinzione che eravamo ancora in due a "sentire". e tanta forza sono andato a cercare in fondo all'anima, sempre in virtù di una magia concessa a pochi.
tra i tanti tentativi, il più singolare è stato il ritorno a casa, con la pioggia che ha scandito tutti gli attimi del lungo pomeriggio sfociato nella notte. una volta presa la decisione di tornare a piedi da quel di Linate, tiro la corda fino alla canzone di Benvegnù che aspettavo, sempre perché arrivasse a lei. mi incammino poi per la strada, un po' arrabbiato per la mia difficoltà nel lasciarmi cadere di nuovo nella magia pura, bestemmiando per non sapermi più prendere la vita. camminando a larghi passi per la strada buia che dall'idroscalo porta all'aeroporto, nella speranza di un'ultima corsa d'autobus, ricordo uno dei "giochi" in cui credevo ciecamente nei miei momenti di massima leggerezza. un gioco che doveva dimostrarmi sempre l'attuazione del mio credo che, sì, è il destino che mette le pedine, ma è noi che gli si va incontro. non per forza con le scelte, ma lasciandosi andare nel flusso. insomma: homo faber fortunae suae, ma nel senso che accetta di incastrarsi nel flusso che il destino ha preparato per tutti.
secondo quest'ottica, quando ero in ritardo per un appuntamento, mi dicevo sempre che, se mi sentivo parte del flusso, quel ritardo sarebbe servito a farmi fare un incontro fondamentale nella mia vita, o mi avrebbe portato a vivere cose inaspettate. o che, se era destino che ce la facessi per un pelo, l'autobus sarebbe passato per tempo. insomma, per quanto mi volessi sbattere, l'unico modo per fare il mio dovere verso me stesso era sentirmi parte del flusso.
camminavo pensando che tutto questo era ormai lontano, bestemmiando e fumando. nel momento esatto in cui arrivo alla fermata sotto l'aeroporto, giunge l'autobus per la sua ultima corsa. salgo sorridendo, mi guardo intorno e riesco a vedere di nuovo nelle persone intorno a me non semplici individui ma personaggi, penso felice a L., inutilmente, che non mi ha risposto, guardo fuori dal finestrino in attesa che l'autobus parta. un cartello pubblicitario luminoso dell'Assitalia, troneggiante sul ciglio della strada, proprio di fronte ai miei occhi, mi comunica che oggi è "SAB 7 GIU S. ROBERTO". poi la scritta sparisce, sostituita da quest'altra:
"La vita che vuoi
La protezione che ti meriti"
sorridendo tornavo a casa, pronto a scrivere quello che non ho scritto. restando invece davanti a un monitor per ore ad aspettare una risposta che non arrivava. e dal giorno dopo, è stato tutto un degradare per ammazzare il sogno più grande che abbia mai avuto in vita mia. è così che ho tenuto in stallo questo post, in bilico tra milioni di parole che hanno vorticato per la testa per tre lunghissimi giorni, e per dieci interminabili ore di viaggio, e poi nelle voci, e nella Rete...
sono altre le cronache partenopee, e non cominciano con questa.
questo era un necessario passaggio. ora sono a Napoli.
questo post ho avuto voglia di scriverlo poche ore dopo la seconda cronaca lombarda. sarebbe stato bellissimo contraddirsi, dopo aver detto che quello era l'ultimo post lombardo scrivere fiumi di parole che mi sgorgavano dentro. aspettando, il post è diventato tutt'altro, e alla luce delle tante cose accadute, col senno di poi, ho evitato di mettere per iscritto mille illusioni che ora mi avrebbero fatto solamente male.
ero appena tornato da un concerto di musica indie, dove avevo capito tante cose, cose che anche mi appendevano un certo peso all'anima. ma nell'incapacità di sentirmi ancora parte di quel mondo di giovani appassionati sotto il palco, pure mi ero ritagliato il mio momento di magia solitaria, condiviso con L. via sms, come sempre, nella convinzione che eravamo ancora in due a "sentire". e tanta forza sono andato a cercare in fondo all'anima, sempre in virtù di una magia concessa a pochi.
tra i tanti tentativi, il più singolare è stato il ritorno a casa, con la pioggia che ha scandito tutti gli attimi del lungo pomeriggio sfociato nella notte. una volta presa la decisione di tornare a piedi da quel di Linate, tiro la corda fino alla canzone di Benvegnù che aspettavo, sempre perché arrivasse a lei. mi incammino poi per la strada, un po' arrabbiato per la mia difficoltà nel lasciarmi cadere di nuovo nella magia pura, bestemmiando per non sapermi più prendere la vita. camminando a larghi passi per la strada buia che dall'idroscalo porta all'aeroporto, nella speranza di un'ultima corsa d'autobus, ricordo uno dei "giochi" in cui credevo ciecamente nei miei momenti di massima leggerezza. un gioco che doveva dimostrarmi sempre l'attuazione del mio credo che, sì, è il destino che mette le pedine, ma è noi che gli si va incontro. non per forza con le scelte, ma lasciandosi andare nel flusso. insomma: homo faber fortunae suae, ma nel senso che accetta di incastrarsi nel flusso che il destino ha preparato per tutti.
secondo quest'ottica, quando ero in ritardo per un appuntamento, mi dicevo sempre che, se mi sentivo parte del flusso, quel ritardo sarebbe servito a farmi fare un incontro fondamentale nella mia vita, o mi avrebbe portato a vivere cose inaspettate. o che, se era destino che ce la facessi per un pelo, l'autobus sarebbe passato per tempo. insomma, per quanto mi volessi sbattere, l'unico modo per fare il mio dovere verso me stesso era sentirmi parte del flusso.
camminavo pensando che tutto questo era ormai lontano, bestemmiando e fumando. nel momento esatto in cui arrivo alla fermata sotto l'aeroporto, giunge l'autobus per la sua ultima corsa. salgo sorridendo, mi guardo intorno e riesco a vedere di nuovo nelle persone intorno a me non semplici individui ma personaggi, penso felice a L., inutilmente, che non mi ha risposto, guardo fuori dal finestrino in attesa che l'autobus parta. un cartello pubblicitario luminoso dell'Assitalia, troneggiante sul ciglio della strada, proprio di fronte ai miei occhi, mi comunica che oggi è "SAB 7 GIU S. ROBERTO". poi la scritta sparisce, sostituita da quest'altra:
"La vita che vuoi
La protezione che ti meriti"
sorridendo tornavo a casa, pronto a scrivere quello che non ho scritto. restando invece davanti a un monitor per ore ad aspettare una risposta che non arrivava. e dal giorno dopo, è stato tutto un degradare per ammazzare il sogno più grande che abbia mai avuto in vita mia. è così che ho tenuto in stallo questo post, in bilico tra milioni di parole che hanno vorticato per la testa per tre lunghissimi giorni, e per dieci interminabili ore di viaggio, e poi nelle voci, e nella Rete...
sono altre le cronache partenopee, e non cominciano con questa.
questo era un necessario passaggio. ora sono a Napoli.
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