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Prima cronaca

Ricomincio a scrivere sul blog così, in sordina.
Silenzioso, quasi di nascosto, il giorno del mio compleanno. Uno dei misteri di internet: se ti spogli nudo all'improvviso nel bel mezzo della piazza pullulante, magari nessuno ti vede. Forse il proprio narcisismo ne perde, forse è meglio così.

"Ma ecco che mento di nuovo! Mento perché so da me, come due per due fa quattro, che non è affatto il sottosuolo ad essere migliore, ma qualcosa di diverso, del tutto diverso, al quale anelo, ma che non troverò mai! Al diavolo il sottosuolo! Anzi, ecco cosa sarebbe meglio in questo caso: se io credessi almeno a qualcosa di quello che ho scritto ora."

Perché Dostoevskij, tanto amato dalla donna che amo, ora tanto lontana, torna così prepotentemente di continuo a fare incursione nella mia vita? In un libro, in un film, in una frase incontrata per caso?

Come Napoli del resto. Che ci stiano mettendo lo zampino il Tempo, il Caso, o molto più semplicemente la politica (scriverla oggi con la maiuscola sarebbe una pretesa eccessiva) - non può essere semplicemente un caso che Milano sia tappezzata di pubblicità che invitino a vedere "ciò che ti perdi se non vieni a Napoli... Monnezza a chi?" [orrenda scelta di pubblicità "aggressiva"], però forse è un caso che Marzullo parli per dieci minuti di uno spettacolo di Lello Arena [con la parola "Napoli" che torna prepotentemente], e sarà anche un caso che il giorno della mia "emigrazione" Repubblica dedicava due paginoni centrali all'emigrazione dei laureati verso il Nord, ma che anche il concerto di Petra Magoni fosse un commento musicale al film "Vedi Napoli e po' mori", che trattava dell'emigrazione napoletana in America e sciorina cartoline della macchiettistica Napoli d'epoca, mi sembra rasenti l'inverosimile.

Ogni rigo bianco corrisponde a una lunga pausa. Succede quando non si scrive per lungo tempo. E in più, sebbene la mia incursione milanese si presti a un ritorno alla scrittura diaristica, tuttavia sono restìo. E' un difetto ineliminabile. Ho poca voglia di introdurre il reale nella Rete, quando non appartiene solo a me. Potrei mascherare i nomi, ma sono certo che ognuno si riconoscerebbe. Dovrei fregarmene, ma al momento mi risulta difficile.
Non è tanto una questione legata alla pigrizia.
Eppure, potessi avere per iscritto tutto ciò che mi passa per la testa quando sono in strada, il mio blog sarebbe oberato di parole. Parole che per la maggior parte appartengono alla mia sfera e a quella solamente. Mi si dirà: "ma senza il racconto dei fatti che senso ha parlare di cronache?". Ebbene, io scrivo, io posso fare quel che voglio della mia scrittura, persino del mio titolo.

Il concerto mi ha incrinato qualcosa nell'anima. Avrei dovuto scrivere qualcosa subito, o al massimo ieri. E' già troppo lontano per esprimere l'indistinto groviglio di stati d'animo in cui sono stato per lungo tempo. E i sogni che le ultime 48 ore hanno generato. Eppure un'immagine è rimasta impressa. Ieri, con l'anima incrinata, ho percorso il lungo cammino che da casa (bello chiamarla "casa", ma per ora è ancora la casa del mio ospite, del mio caro fratellone, a tutti gli effetti) mi ha portato fino a Monza, per tenere fede all'impegno di dar da mangiare a due splendidi gatti. [I gatti... i gatti scandiscono ogni attimo della mia vita, ogni viaggio, ogni ricordo estremo - Akira, Lampo, Fulmine, Grace... Cristo santo, Grace... e i suoi cinque cuccioli, che ho cresciuto come una madre insieme a L., i cinque cuccioli dai due nomi... Kira, Scugnizzo, Howl, Van e tutti i gatti incontrati per strada, dalla Puglia alla Sicilia]
Il cammino mi lascia solo coi miei pensieri e come sempre è bellissimo. Avere il macchinario sognato da Stephen King - e da tutti gli scrittori probabilmente - è sempre il chiodo fisso: una macchina che metta per iscritto i tuoi pensieri, o i tuoi sogni, che comodità... Ma ormai quei pensieri sono perduti, o nascosti chissà dove. Ed è meglio lasciarli là.
Salgo con l'anima scombussolata e i gatti mi vengono incontro. Uno ha fame, come previsto - è quello che ruba sempre il cibo all'altro. L'altro un po' mi teme. Perdo tempo a fare in modo che il cibo sia ben distribuito, poi prima di andare mi fermo.
C'è un silenzio magico.
Il parco di Monza è di fronte a me, fuori dalla finestra. Mi sorprendo a immaginarmi lì, fuori e lontano da qualsiasi mondo. In quel momento potrei scrivere all'infinito, o restare immobile all'infinito, e sentire la pace. Resto fermo e ogni cosa rallenta. La cosa più incredibile è che questa sensazione, questo attimo senza fine, mi stupisce.
Non rileggo subito quello che ho scritto, ma sono certo che come al solito le parole avranno sminuito la grandezza di un momento. E' normale che sia così, poiché la soggettività si può trasmettere solo "costruendo" con le parole. Aver la pretesa di comunicare una sensazione usando il linguaggio più semplice è da presuntuosi. Ma io non ho voglia di abbellire il mio linguaggio in questo preciso istante. Questa sì che è una cronaca. Sterile e forse senz'anima, per chi legge. Ma per me resta una tacca segnata sul muro, qualcosa che, impressa, mi restituirà ben più della semplice descrizione di un silenzio.

Quest'ultimo rigo bianco è stata una pausa più breve, di una manciata di secondi. Ma avevo bisogno di capire se era giunto il momento di cedere alla tentazione di rileggere la parola appena scritta. Ora lo farò. E il risultato sarà o continuare a scrivere finché l'alba non sorga, o interrompere.

Be', per ora il risultato è che mi è venuta voglia di fumare e dato che in questa casa non si fuma andrò per cinque minuti alla finestra del salotto a trasformare la nicotina in grigio cancerogeno, per capire che sorte debba avere questo post.

Di tutte le cose che avrei voluto scrivere in questo post (evitando accuratamente di parlare, almeno per ora, delle vite altrui) alla fine non ne ho scritta che una. Appare, a rileggerlo, quasi un dialogo con me stesso. E si badi a questo, non ho detto "monologo", ma "dialogo", non sia mai si perda la duplice natura che accompagna il mio io - e meno male che al momento ci fermiamo solo a due...
Tuttavia credo sia il momento di chiudere. Pur di onorare questa prima notte da trentunenne potrei tirare avanti fino all'alba, ma la cosa comincia a perdere di senso. Se lunga notte deve essere, lascio che sia la Rete a sommergermi, o forse mi cederò alle braccia di Morfeo.
Dalle terre lombarde per ora passo e chiudo.
A la prochaine....

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