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Pitecus e il suo pubblico - di Lidia Emma

"Al quindicesimo sferra un calcio alla scarpa. Scrivi questo. Scrivi."
Antonio Rezza - indispettito dalla mano frenetica della sottoscritta che tenta invano di fissare nella memoria quanto più possibile un testo costruito e profondo, prendere nota dei continui cambi di scena e voce che creano l'illusione della presenza di dieci attori sulla scena ad incantare i serpenti-spettatori - mi apostrofa con queste ed altre battute che, anziché spezzare l'architettura testuale, meditata e costruita in ogni piega, si integrano alla perfezione divenendo all'istante copione da conservare per le repliche a venire.
Pitecus, spettacolo in scena al Galleria Toledo di Napoli dal 13 al 18 novembre per la regia, la scrittura e la scenografia di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, vede in scena un solo attore, Antonio Rezza, che, servendosi di tende di colori e materiali diversi e di una voce, degna dei migliori esperimenti vocali di Carmelo Bene, sempre cangiante e variopinta, riesce a raccontarci un'infinita serie di storie diverse. Storie che vanno dall'assurdo beckettiano, come il quadro dell' Attesa, dove Rezza semplicemente sfida il pubblico attendendo una possibile reazione da parte di spettatori che, parole sue, "pur di emergere venderebbero la madre", arrivando poi ad affrontare temi di forte urgenza sociale e politica.
Lo spettacolo è datato, la prima scrittura, sempre e comunque in continuo divenire come lo stesso autore-attore ci tiene a sottolineare in chiusura spettacolo durante un costruttivo dialogo con i suoi spettatori, risale al 1995 ma lo spettatore odierno non può non restare affascinato dalle tematiche sempre attuali e conflittuali affrontate. A esempio basti il quadro del progettista di barriere architettoniche che si compiace nel disegnare strutture inaccessibili ai poveri portatori di handicap che "ragionano bene con una sola gamba perché saltano da un ragionamento all'altro", e disperati si affidano infine ad una progettista monogamba anch'essa, che affascina il popolo con milioni di scivoli costruiti in città tanto da spingere anche i normali a tagliarsi volontariamente una gamba per partecipare dell'entusiasmo diffuso per gli scivoli.
In questo, come in tutti i quadri rappresentati, la scenografia diviene elemento tematico, per utilizzare una definizione szondiana; le tende che incorniciano lo spietato progettista e sua moglie sono nere, di tessuto pesante e i fori da cui l'abile e trasformista volto del protagonista si affaccia, sono gabbie, strette fessure dove è difficile entrare. Il sapiente utilizzo dell'amplificazione consente la materializzazione dei personaggi in scena, che, come fantasmi, coperti di teli che fungono ora da abiti per le donne ora da cornici abitative con le differenti realtà economico-sociali date dalle differenti stoffe utilizzate, descrivono un mondo appesantito dalle contraddizioni attraverso un saggio uso del grottesco che tanto ricorda l'umorismo pirandelliano.
L'unico dubbio che mi accompagna all'uscita del teatro riguarda i continui ammiccamenti al pubblico durante lo spettacolo; se le prime prove di questo divertissement entusiasmano e divertono, la loro stentorea ripetizione finisce poi per annoiare. Mi riferisco, per esempio, all'applauso chiamato alla fine di ogni quadro e mi chiedo se lo scopo non fosse quello di straniare il pubblico, che rimproverato spesso dal protagonista per la mancanza di prontezza nell'applauso, finisce troppo frequentemente con l'anticipare la fine del quadro spezzando la magia con battute di mano fuori luogo che Rezza non risparmia di definire inutili: non sono vergini le mani dello spettatore che hanno già applaudito mille volte, altre scene, prima della sua.

Lidia Emma

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