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La nuova giovinezza di Francis

ATTENZIONE - SPOILERS! ------
Nelle recensioni di film, libri, spettacoli teatrali, c'è un'alta probabilità che vengano svelate parti della storia o dello stesso finale. L'internauta è avvisato.
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"Youth Without Youth" - titolo americano ancora una volta snaturato nel parzialmente scorretto "Un'altra giovinezza" in italiano - è l'ultima fatica di Francis Ford Coppola, tornato sugli schermi cinematografici dopo dieci anni d'assenza. Il film, come ogni opera complessa e coraggiosa che si rispetti, ha ricevuto accoglienze contrastanti: già solo questo ne fa un interessante oggetto di osservazione. Si tratta in effetti di una pellicola piuttosto particolare e io per primo non sono certo di averla digerita del tutto; tuttavia meglio fermare quanto più possibile le parole che mi frullano per la testa prima che si perdano nel flusso del quotidiano.

Partiamo dalla domanda più semplice: "Mi è piaciuto?" Be', non posso rispondere. Glissando per il momento sull'ineccepibile fattura, dalla regia alla fotografia, dalle musiche ai costumi, dall'interpretazione del gigantesco Tim Roth al fascinoso montaggio, devo prima di tutto chiedermi da che punto di vista mi sono fermato a scrutare questo onirico viaggio nella coscienza.
Naturalmente da accanito difensore della libera ermeneutica (ri-)creativa mi sono subito impossessato del film e l'ho fatto mio, seguendo il filo delle mie idee. Ma prima di esporle mi è sembrato doveroso seguire il precetto dell'amico F., che è invece sostenitore dell'unicità delle intenzioni di un'opera, ovvero del suo autore. Per cui mi sono messo alla ricerca su internet di possibili dichiarazioni d'intenti del caro Francis.
Sul sito ufficiale l'unico indizio che ho potuto ricavare riguarda il "perché" della scelta del testo di Mircea Eliade. A quanto pare Coppola è passato attraverso una seria crisi creativa, nella convinzione che le due o tre idee geniali che sovvengono a un autore generalmente si mostrano solo durante la giovane età. La storia di Dominic Matei, che colpito da un fulmine ritrova "un'altra giovinezza", deve essere capitata al momento opportuno tra le mani del regista. Ma un altro utile indizio (utile soprattutto per l'interrogativo che io mi sono posto al termine della visione) viene dalle note di produzione, che i più curiosi possono leggere in inglese qui. Una delle cose che ha convinto Coppola è stato il fatto che il romanzo si prestava per approfondire le due aree del linguaggio filmico che da sempre lo hanno più intrigato: il tempo e la coscienza interiore.

Qual era dunque il mio interrogativo? Capire quale fosse il topic su cui Coppola volesse focalizzare. Questo perché, al di là dell'innegabile natura ambiziosa del film, se c'è un difetto evidente in "Youth Without Youth" - che in molti dei detrattori hanno evidenziato - è che "c'è troppa carne a cuocere". Ma in particolare saltano all'occhio tre nuclei in maniera piuttosto evidente: appunto il tempo, il viaggio nella propria coscienza e il linguaggio. Tre argomenti che, però, a loro volta possono avere declinazioni e implicazioni nell'analisi talmente numerose da esser considerate pressoché infinite.
Come volevasi dimostrare, perfettamente all'opposto rispetto alle dichiarazioni di Coppola, io ho posto la mia attenzione sul linguaggio. Linguaggio come comunicazione, evoluzione del segno, strumento indispensabile per la conoscenza del sé e dell'altro, mezzo per la ricostruzione e la conservazione della memoria.
Visto da quest'angolazione, il film sembra un monumentale lavoro, non solo di scrittura, ma anche di stile e di riflessione sulla tecnica. Siamo sempre lì: il cinema che parla di sé. Del resto sempre nelle suddette note Coppola lo dichiara apertamente:
I began to theorize on a style. Like the great Japanese director, Ozu, I wouldn't move the camera. That's hardly original, and only a beginning style, but perhaps my explorations of time and inner consciousness could contribute a few new words to the vocabulary of cinema. This was something I had long yearned to do.

Ed ecco che tanti piccoli particolari vanno ad accrescere il mio entusiasmo - mi si perdoni se sono così legato alla forma - per una costruzione ineccepebile che mostra tutto lo sforzo di un autore che si interroga sul mezzo che usa e, dunque, anche su di sé. Ad esempio l'ansia di "registrare", sottolineata dall'evoluzione dei vari registratori fino alla cinepresa che tutto documenti (che concede anche una citazione dall'"Apocalypse" - grazie ad A. per avermelo fatto notare); un'ansia che deriva dalla volontà di tramandare una memoria. Oppure l'album di foto, con istantanee dai formati più disparati, così come lo stesso film che stiamo guardando ci presenta le immagini in tagli e inquadrature molteplici (c'è persino una corresponsione tra una foto a figura intera posta nell'album rovesciata di 90° e un'identica inquadratura durante il film), a dimostrazione che anche nello stesso medium si moltiplicano le possibilità dei segni e, ciononostante, si richiamano da un medium all'altro. O ancora: l'insistenza sull'organo della bocca, depositaria prima del più importante passaggio evolutivo della comunicazione; è in bocca che il nazista si spara, è baciando le cosce della spia che Dominic scopre la croce celtica, è la bocca che sanguina quando il protagonista si lancia fuori dal bar - fuori dal "sogno"? E inoltre la lingua come recupero della memoria, questa volta quella della Storia - dell'Uomo - per la quale il protagonista arriva quasi ad uccidere l'oggetto del suo amore. Man mano che Veronica/Rupini viaggia lungo questo cammino a ritroso nelle lingue morte, invecchia a vista d'occhio. Cosa fare allora? Salvare la Storia o salvare la "storia", il plot? E in fondo, Dominic ama Veronica o Rupini? Ovvero ama Rupini in quanto unico strumento per il recupero delle nostre origini, delle origini del linguaggio, o a prescindere da questa - fortuita(?) - circostanza? Non ci è dato saperlo, come testimonia anche la duplice natura di Dominic, accompagnato dall' "uomo nello specchio" in ogni sua scelta, o quasi. Naturalmente il nostro eroe sacrificherà la Scienza in nome dell'Amore, o almeno questo accade a beneficio dello spettatore e della narrazione. Ma questo è il punto: a quanto pare anche Coppola fa una scelta analoga.

Ed è qui che a mio parere cade tutta l'impalcatura.
Nel finale Coppola mi svela che forse ero sul binario sbagliato. Mi trovavo senza essermene accorto di fronte a un novello Dorian Gray! Anzi, a confondere ancora di più le acque e a eliminare anche quella labile componente sci-fi, giunge l'ipotesi alla Poe (o alla Chuang Tze, come si cita nel dialogo finale) che tutto sia "un sogno dentro un sogno". Infine un ultimo dubbio viene instillato, con un piccolissimo inserto di montaggio: il viaggio nel tempo.
Ma allora...

Allora sono costretto a riconsiderare tutto. Sono costretto a riconsiderare il ruolo del nazismo ai fini del racconto e non più del messaggio, il ruolo della ricerca sul linguaggio ai fini dell'evoluzione del personaggio e non degli interrogativi di Coppola: e non so darmi una risposta certa. Qui forse però mi mancano gli strumenti e quindi mi fermo. Il mio giudizio finale, tuttavia, resta positivo. La mia natura incline ad accettare ed esaltare l'opera "aperta" mi spinge ad annoverare "Youth Without Youth" tra quei film che spingono alla discussione e al confronto. E si sa: se un film fa parlare di sé per almeno dieci minuti dopo la sua visione, è un film che merita.

R. S.

Commenti

Anonimo ha detto…
Il titolo. Chi mi ha preceduto lo dice solo parzialmente scorretto nella versione italica; personalmente lo sento mostruosamente scorretto invece, eh sì, perché l'originale è molto più allusivo e probabilmente esplicativo di quanto adesso appaia agli spettatori italici (uso a bella posta 'italico' per la rozzezza che voglio conferire a queste operazioni di adattamento - a cosa poi vallo a capire! - ).

Il film. Premetto che non conoscevo l'originale romanzo che Coppola ha solo inserito in un'idea originaria di sceneggiatura e che per me quindi questo ha significato spulciare le oracolari pagine web di wikipedia sull'autore, il suo nome (Mircea Eliade ormai a tutti noto) lo avevo presente in un cantuccio della memoria, ma quasi rimosso dal tempo (non sarebbe stato così se fossi Dominic)! Quale scoperta sentimentale!!!!
A me il film è piaciuto davvero tanto, in un modo che direi eccitante vista la scarsa frequenza di bei film negli ultimi tempi e questo a dispetto delle troppe domande che si pone chi mi precede nel post. Tempo e coscienza.

Tempo e coscienza sono certo gli elementi alla base del mix intellettuale che ci offre Coppola, ma quanto distanziandosi o integrandosi nel testo di Mircea non saprei: ho letto le PRODUCTION NOTES al link che ho trovato indicato e Coppola ci parla di un'idea iniziale a cui lavorava e alla quale ha poi 'allegato' quella di Mircea: l'avrà capita e quindi interpretata (a proposito sono io F.!!) creando un complicato prodotto mentale? Anche a questo non c'è risposta, ma neppure conta trovarne una per il momento.
La fattura del film è superlativa a mio giudizio, anche se essendo stato rapito dallo sviluppo narrativo devo riconoscere che forse mi sarà sfuggito qualcosa; una cosa però mi ha incantato: l'uso evidentemente 'cosciente' e ricercato delle ottiche a produrre delle prospettive di corta focale: se il sogno c'è stato questi sono gli elementi che lo fanno scoprire (ma per me altro che sogno!!).
La storia è semplicemente qualcosa di grandioso, per qualcuno magari pretenziosa o incomprensibile, poiché in effetti i tempi della riflessione intellettuale (leggi 'politica' in senso davvero generalissimo!)diffusa sembrano svaniti; mi è capitato di leggere che il film metterebbe troppa carne a cuocere: non concordo pienamente, i temi sono tanti è vero ma pure è rintracciabile un filo conduttore: lo sviluppo (non so se necessario) delle facoltà umane e la necessità (questa sì) dell'uomo di venirne a conoscenza e porsi così di fronte all'autentico se stesso, che è come dire la necessità della scienza.
Si potrebbe scrivere tantissimo sul film e discuterne, specie laddove R.S.(autore del primo post)ipotizza di vedere solo un pretesto narrativo nella presenza dei nazisti, mentre la Storia insegna che proprio i nazisti (ma in generale ogni regime agisce così più o meno consapevolmente) abbiano operato sul linguaggio come strumento di dominio delle masse e cioè retoricamente, senza ricordare poi che la linguistica comparata è di matrice tedesca (risalente all'800), non solo ma sostanzialmente; studi tutti rivolti all'indagine sulla lingua originaria alla quale tedesco si riporterebbe.
Insomma, che la cultura vastissima di Mircea Eliade abbia potuto generare una riflessione così profonda e un talento come Coppola utilizzarla per la creazione di un'opera d'arte conforme al linguaggio cinematografico, non mi stupisce, anzi mi spinge a incoraggiare chiunque a vederlo (AL CINEMA!!!) e personalmente a comprare il romanzo.

Buona visione!!

F.C.

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