ATTENZIONE - SPOILERS! ------
Nelle recensioni di film, libri, spettacoli teatrali, c'è un'alta probabilità che vengano svelate parti della storia o dello stesso finale. L'internauta è avvisato.
-----------------------------------
E' un peccato, per Il nascondiglio.
E' un peccato quando un grande regista come Pupi Avati, che pure ci ha donato a suo tempo memorabili thriller, comincia a credere che bastino quei pochi, sperimentati ingredienti, mescolati così, alla bell'e meglio, coi sapienti tempi di un navigato autore, per tirar fuori un buon film. E invece non basta l'immortale ossessione per la casa (intesa come house - of horrors? - o in contrasto con la sua accezione di home): impariamo poco o per niente i "perché" del fantasma che non l'abbandona. Non basta l'intreccio dal sapore poliziesco: la ricerca prosegue per passaggi meccanici e senza particolari spinte o motivazioni. Non basta la suggestione orrorifica, quando il film singhiozza da un'identità all'altra: horror, thriller o dramma?
E' un peccato quando tanta sapienza si spreca per un prodotto che sarebbe dovuto essere valido solo perché "è il nuovo thriller di Pupi Avati". Ma i bellissimi movimenti di macchina, i cunicoli suggestivamente poco illuminati, le forti tematiche che fanno incursione nella sceneggiatura restano bei quadretti da mirare e cui applaudire. Tanti sforzi cadono nel vuoto, lì a galleggiare all'interno di un intreccio che niente dà e che niente spinge a pensare.
E' un peccato quando una grande attrice come Laura Morante, che io personalmente adoro (sarà per colpa di Moretti e dell'immagine così romanticamente fragile che le ha appiccicato addosso ai tempi di Bianca?), viene scelta per un ruolo che purtroppo non le appartiene. Bellissima e nella fisionomia perfetta per il personaggio e tuttavia quest'ultimo così distante dal suo modo di recitare. Ne è dimostrazione la sua necessità di bisbigliare ogni battuta, come se tutto fosse segreto. Persino il prete parla a voce più alta nel confessionale, persino l'ammalata sembra essere più in forze di lei al momento del trapasso, persino il fantasma ci intimorisce con voce più sonora nei momenti intimamente spaventosi.
A un dato momento della visione, ho sussurrato alla mia sinistra (sebbene sappia perfettamente che al cinema non si parla - ma ciò sta a dimostrazione di quanto poco mi abbia coinvolto la pellicola): "Speriamo che non si metta a bisbigliare di nuovo". E quando è successo, non ho potuto fare a meno di ridacchiare. Ridacchiare all'ultimo thriller di Pupi Avati, credo rappresenti in maniera limpida il mio indice di gradimento (con rammarico) di quest'ultima fatica.
R.S.
Nelle recensioni di film, libri, spettacoli teatrali, c'è un'alta probabilità che vengano svelate parti della storia o dello stesso finale. L'internauta è avvisato.
-----------------------------------
E' un peccato, per Il nascondiglio.
E' un peccato quando un grande regista come Pupi Avati, che pure ci ha donato a suo tempo memorabili thriller, comincia a credere che bastino quei pochi, sperimentati ingredienti, mescolati così, alla bell'e meglio, coi sapienti tempi di un navigato autore, per tirar fuori un buon film. E invece non basta l'immortale ossessione per la casa (intesa come house - of horrors? - o in contrasto con la sua accezione di home): impariamo poco o per niente i "perché" del fantasma che non l'abbandona. Non basta l'intreccio dal sapore poliziesco: la ricerca prosegue per passaggi meccanici e senza particolari spinte o motivazioni. Non basta la suggestione orrorifica, quando il film singhiozza da un'identità all'altra: horror, thriller o dramma?
E' un peccato quando tanta sapienza si spreca per un prodotto che sarebbe dovuto essere valido solo perché "è il nuovo thriller di Pupi Avati". Ma i bellissimi movimenti di macchina, i cunicoli suggestivamente poco illuminati, le forti tematiche che fanno incursione nella sceneggiatura restano bei quadretti da mirare e cui applaudire. Tanti sforzi cadono nel vuoto, lì a galleggiare all'interno di un intreccio che niente dà e che niente spinge a pensare.
E' un peccato quando una grande attrice come Laura Morante, che io personalmente adoro (sarà per colpa di Moretti e dell'immagine così romanticamente fragile che le ha appiccicato addosso ai tempi di Bianca?), viene scelta per un ruolo che purtroppo non le appartiene. Bellissima e nella fisionomia perfetta per il personaggio e tuttavia quest'ultimo così distante dal suo modo di recitare. Ne è dimostrazione la sua necessità di bisbigliare ogni battuta, come se tutto fosse segreto. Persino il prete parla a voce più alta nel confessionale, persino l'ammalata sembra essere più in forze di lei al momento del trapasso, persino il fantasma ci intimorisce con voce più sonora nei momenti intimamente spaventosi.
A un dato momento della visione, ho sussurrato alla mia sinistra (sebbene sappia perfettamente che al cinema non si parla - ma ciò sta a dimostrazione di quanto poco mi abbia coinvolto la pellicola): "Speriamo che non si metta a bisbigliare di nuovo". E quando è successo, non ho potuto fare a meno di ridacchiare. Ridacchiare all'ultimo thriller di Pupi Avati, credo rappresenti in maniera limpida il mio indice di gradimento (con rammarico) di quest'ultima fatica.
R.S.
Commenti